Gabbani si racconta a Vanityfair

Dal boom di popolarità alle critiche post Sanremo, dall’amore con Giulia all’aneddoto su Battiato: il cantautore toscano si racconta e lancia il suo nuovo singolo, «La rete»: «Oggi, con web e social, il rischio è la perenne insoddisfazione. Ma tutto dipende da noi»

Una melodia orecchiabile, un ritmo coinvolgente e un testo che offre spunti di riflessione sul modo (e sul mondo) in cui viviamo. Dopo un periodo di silenzio, Francesco Gabbani torna con un nuovo singolo, «La rete» (pubblicato da BMG, su tutte le piattaforme digitali e in radio da venerdì 3 settembre), primo inedito del suo nuovo progetto discografico. «È un brano che nasce da alcuni aspetti di sofferenza e insofferenza della vita, che tutti dobbiamo in qualche modo affrontare», ci rivela in anteprima il cantautore toscano, reduce dal successo live all’Arena di Verona.

«Mi auguro che questa canzone possa essere portatrice sana di un suggerimento, una piccola illuminazione».

Gioca sulla parola «rete»: quella dei pescatori, ma anche intesa come web. E non risparmia critiche.
«Oggi purtroppo c’è molta apparenza, un continuo sgomitare per avere un’interfaccia digitale che non corrisponde alla realtà. Lo vediamo soprattutto sui social network, si crea una sorta di trappola».

Seguendo il suo ragionamento – e il testo della canzone – quali sono i rischi maggiori?
«Credo che la sofferenza vera derivi dalle aspettative: c’è un continuo confronto con le vite altrui, che poi sono solo presunte perché non ricalcano la verità, sono edulcorate. È un meccanismo di illusione che finisce per generare perenne insoddisfazione, magari per una manciata di like».



Il suo brano, però, indica una via d’uscita.

«Certo, ci ricorda che in questa rete i pescatori siamo comunque noi. Dipende da noi stessi, non dobbiamo infilarci da soli nella nassa. Siamo liberi di scegliere come utilizzare un mezzo che, di per sé, non è né un bene né un male».

Nel video si vede una sorta di corsa frenetica, che coglie benissimo la frenesia dei nostri giorni, tipica anche del web. Ma a questa velocità, c’è ancora spazio per un pensiero più profondo?
«Su larga scala, il pericolo principale è l’appiattimento, e intorno a noi già lo vediamo: ogni tot secondi ci spostiamo da un portale all’altro. Però anche in questo caso ognuno è libero di usare la rete per approfondire, se vuole: agire da pescatore, insomma, non da pesce».

Tra l’altro la pandemia ha azzerato all’improvviso questa velocità. Ha dei ricordi particolari di quei giorni?
«Credo che, nella tragedia, il periodo di lockdown abbia fornito a tutti la possibilità di un’introspezione, un ragionamento – conscio o inconscio – su sé stessi. Nella pratica, mi sono impegnato in quei lavoretti manuali che mi piacciono tanto: giardinaggio, ad esempio, poi ho spostato lo studio in veranda costruendomi dei pannelli di legno».

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