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100 anni fa nasceva Edith Piaf

Cento anni fa, il 19 dicembre 1915, nasceva Edith Giovanna Gassion, che tutti conoscono come Piaf, la parola che in argot, lo slang parigino, significa “passerotto”, che diventerà il suo soprannome. La Piaf è, giustamente, uno dei miti più inossidabili della Francia, il punto più alto raggiunto nell’interpretazione del repertorio della classica canzone francese. Ma la Piaf è anche una delle più potenti incarnazioni di star tragica: è morta prima dei 50 anni, dopo una vita scandita da tragedie, una lista lunghissima di amori infelici, minata da una salute fragile e dagli eccessi. Una vicenda simile non poteva che sfociare nel mito, soprattutto in Francia dove i miti vengono coltivati con cura.

Edith Piaf era figlia di due artisti di strada, è stata cresciuta prima da una sciagurata nonna materna e poi affidata alle cure di quella paterna, una tenutaria di bordello. E proprio in un bordello ha trovato il primo ambiente confortevole della sua tormentata esistenza. Da bambina cantava per strada, a 17 anni ha avuto una figlia, morta a due anni per una meningite fulminante. Persino la sua carriera ha avuto un inizio da romanzo noir: Louis Leplées, l’impresario che la scoprì – allora la chiamavano La Mome Piaf – fu assassinato in circostanze mai chiarite. Attorno alla Piaf aleggiò il sospetto di esserne stata in qualche modo responsabile, fu anche interrogata dalla polizia, ma non ebbe alcuna conseguenza legale. Il nuovo impresario, Raymond Asso la ribattezzò Edith Piaf e le aprì le porte del successo.

Nella seconda metà degli anni ’30 nasce la cantante destinata a diventare un mito. A costruirlo è anche quell’inimatibile milieu di artisti e intellettuali che ha animato la scena parigina: Jean Cocteau è uno dei suoi primi fan mentre, col passare del tempo, lei inanella una serie di relazioni sentimentali con giovani destinati a scrivere la storia della canzone francese e non solo: Yves Montand, George Moustaki (che scriverà per lei “Milord”), Serge Reggiani, Gilbert Becaud, Charles Aznavour, Leo Ferrè tutti devono alla relazione con lei l’approdo nel grande giro dello spettacolo. Il più celebre dei suoi amori tragici è quello con Marcel Cerdan, il campione di pugilato, conosciuto poco dopo il suo primo trionfo in America dove vantava tra i suoi amici gente come Marlene Dietrich ed Orson Welles. I due si innamorano nel 1948: il 28 ottobre del 1949 Cerdan muore quando l’aereo che lo portava da Parigi a New York. Edith volle cantare lo stesso quella sera: come in una sceneggiatura, sviene sul palco mentre canta “Hymne à l’amour”, uno dei suoi super classici. La sua salute è già minata: viene colpita dall’artrite rematoide e a questo si aggiungeranno le conseguenze di un grave incidente stradale.

Per combattere i dolori comincerà a fare uso di anti dolirifici e morfina, abitudini che provocheranno la sua morte prematura. Si sposerà due volte e continuerà una vita segnata dal contrasto tra il successo e la dimensione di una star e la tragica aura di un’incurabile malinconia e paura della solitudine. E’ morta il 10 ottobre 1963 a Grasse, nell’entroterra della Costa Azzurra, dove era andata per tentare di recuperare da una broncopolmonite. Fu trasportata in segreto, in un’autoambulanza, a Parigi per esaudire il desiderio di morire nella sua città. La sua tomba è al Père Lachaise, il cimitero dove riposano i grandi artisti. Tutto questo accidentato percorso esistenziale viveva nella voce ricca di pathos e sfumature di Edith Piaf che resta ancora oggi un mito.

Non è un caso che Marion Cotillard abbia vinto l’Oscar proprio interpretando “La vie en rose”, il film di Olivier Dahan che porta il titolo della sua canzone più famosa, il brano che scaldava il cuore della Francia sconvolta dalla guerra. “Hymn à l’amour”, “Sous le ciel de Paris”, “Les amants d’un jour”, “Milord” sono i titoli simbolo di un repertorio che grazie al temperamento di Edith Piaf ha stabilito un canone interpretativo. E proprio come è accaduto con Frank Sinatra e “My Way”, anche la sua vita trova una sintesi drammatica in una canzone: “Non, je regrette de rien”.

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